Il nuovo Twitter di Musk: il social delle diseguaglianze

Dopo l’annuncio di aprile e le indecisioni dei mesi successivi, Elon Musk, il 28 ottobre ha ufficializzato l’acquisizione di Twitter per 44 miliardi di dollari, suggellandola col tweet “the bird is freed“. Il regno di Musk, autoproclamatosi CEO ad interim, è iniziato con il licenziamento di circa metà dei dipendenti, tra cui molti C-level, e con alcune decisioni che ci fanno intravedere quale sarà il futuro del nuovo Twitter.

Twitter Blue: i diritti che si possono comprare con 8$

Per capirlo bisogna partire dalle motivazioni che hanno portato all’acquisizione. Il capo di Tesla e di SpaceX ha sempre detto che il suo obiettivo è far diventare il social “un’arena inclusiva per la libertà di espressione“. La missione è lodevole, ma come realizzarla in pratica? La soluzione proposta è quella di ridurre al minimo la moderazione (il team che se ne occupa è stato ridimensionato) e introdurre il pagamento di un abbonamento a Twitter Blue (che passa da 4,99$ a 7,99$ al mese).

Il nuovo Twitter Blue, rappresentato dal distintivo blu con la spunta bianca accanto al nome, dà diritto:

  • ad ottenere lo status di account verificato (che prima era attribuito gratuitamente alle figure di rilievo pubblico, individuate da Twitter)
  • alla priorità dei propri tweet nei risultati di ricerca, nelle menzioni e nelle risposte
  • ad essere esposti alla metà della pubblicità che vedono i non verificati
  • a pubblicare video più lunghi
  • ad avere accesso alle nuove funzioni in sviluppo prima degli altri

Questa nuova funzione confligge con il sistema finora esistente. In questi anni la coccarda blu è stata attribuita gratuitamente e unilateralmente dalla società ad account degni di nota (celebrità, politici, aziende, testate giornalistiche, giornalisti ed esperti) al fine di dare un servizio a tutti gli utenti: indicare account importanti e veritieri. Che fine faranno quelle coccarde? Verranno tolte a tutti? Io credo di si. La mia ancora resiste, ma forse perché Twitter Blue non c’è in Italia (è attivo solo in Canada, Stati Uniti Australia, Nuova Zelanda e GB).
Intanto, è stato introdotta una nuova coccarda con spunta e con l’indicazione “Official” che viene concessa a politici, istituzioni, organizzazioni commerciali e politiche, brand più importanti, media e alcune personalità di rilievo.

La confusione è grande sotto il cielo, ma quello che è chiaro è il disegno del nuovo Twitter.

Perché Twitter a pagamento

Da un punto di vista meramente finanziario, far pagare gli utenti per alcuni servizi aggiuntivi è perfettamente comprensibile. Si stima che Twitter abbia quasi 400.00 utenti verificati, per cui se almeno ognuno di loro sborsasse 8$ al mese, nelle casse dell’azienda ci sarebbero ogni anno 38 milioni di dollari in più. Un flusso di denaro che andrebbe aggiunto ai minor costi liberati dal licenziamento di oltre 3.500 persone. Tutto ciò non si tramuterebbe immediatamente in profitti, perché Twitter deve ripagare gli interessi annuali derivanti dal prestito contratto da Musk per acquistare la società, ma aiuterebbe la società. A meno che non diminuissero di molto gli introiti derivanti dalla pubblicità, che rappresentano l’85% ricavi.

Su questo fronte i grandi inserzionisti sono molto spaventati e alcuni sono già scappati (Pfizer, Mondelez, General Motors, Stellantis, L’Oreal). Le aziende non gradiscono l’instabilità delle regole, e Musk ne sta creando tanta. Inoltre non amano ipotizzare neanche lontanamente che un loro annuncio possa capitare tra un tweet di incitamento all’odio e una fake news. Il loro messaggio perderebbero di credibilità in un ambiente poco sereno. Uno scenario molto probabile quando si proclama una diminuzione degli interventi di moderazione e lo smantellamento del team a ciò dedicato.

Ma la motivazione che ha adotto Musk al pagamento del “blue badge” non è solo finanziaria, ma di alti pricipii. La sua logica l’ha spiegata durante una diretta su Spaces. “L’obiettivo generale qui è: come possiamo rendere Twitter una forza positiva nella civiltà? Noi vogliamo essere alla ricerca rigorosa della verità, essere in qualche modo nel business della verità“.
Oggi il problema è che creare degli account falsi è estremamente a buon mercato. Far pagare 8$/mese aumenta il costo della costruzione di una rete di bot tra i 1 e i 10.000 dollari. Ma non è solo una questione di soldi, i malfattori non hanno milioni di carte di credito e telefoni per fare questo“. Il suo modo di guardare al problema è fondamentalmente ingegneristico (“Truth is signal falsehood is noise“), ma gli ambienti sociali sono più complicati da governare (non a caso sono immediatamente apparsi centinaia di profili falsi paganti, tra cui quello di Gesù Cristo).

gesù verificato

Cosa diventerà Twitter

Non so se Musk riuscirà a eradicare i bot e le fake news, ma nel frattempo Twitter cambierà in peggio.
Sia chiaro, il problema non è il pagamento di un abbonamento. Alcuni social media hanno già introdotto una versione a pagamento, ma i benefici ottenuti dal pagante sono aggiuntivi a quelli che hanno tutti gli altri, non vanno a degradare l’esperienza altrui. Ad esempio, chi acquista Snapchat+ o LinkedIn Premium ottiene funzioni esclusive per gestire più professionalmente il suo account, ma non maggiore visibilità a scapito degli altri.

Se rileggiamo i benefici di Twitter Blue c’è scritto chiaramente che i tweet dei paganti avranno un trattamento di favore. Verranno visualizzati prima nei risultati di ricerca, nelle menzioni e nelle risposte. Quindi in pratica avranno più reach, più visibilità rispetto a tutti gli altri.
Il quadro, poi, risulta ancor più fosco, valutando le conseguenze di questa frase pronunciata dal “Chief Twit”: “Avrai la tua casella di posta di tweet pertinenti e, se poi vorrai, potrai dare un’occhiata a tutti gli altri. Ma il default sarà riservato alla categoria dei verificati“.
Dunque arriveremo ad avere un feed principale con le notizie dei paganti e uno secondario con quello dei non paganti, declassati a spammer, come avviene per la posta elettronica? Oppure semplicemente gli utenti non paganti saranno seppelliti in fondo al feed principale? Come sembra suggerire in un’altra intervista?

È il sovvertimento delle regole dei social media caratterizzati da tre fattori:

  • gli utenti sono nodi di una rete e sono tutti uguali in partenza
  • gli utenti portano valore alla rete (che altrimenti non ne avrebbe), ecco perché in cambio non pagano (non perché sono il prodotto, come qualcuno dice)
  • alcuni utenti, col tempo, portano più valore di altri, diventano nodi strategici per la loro capacità di produrre contenuti apprezzati e aggregare attenzione. Per questo, solitamente, vengono ricompensati (qui le diverse forme di monetizzazione previste dai social).
    Su Twitter la situazione è già critica: meno del 10% degli account produce il 90% dei contenuti, cui è associata metà dei ricavi e dalla pandemia hanno smesso di scrivere o hanno scritto meno (come rilevato dal documento interno “Where did the Tweeters Go?“). Elon dovrebbe corteggiare questi utenti, non chiedergli di pagare.

Unendo i puntini il disegno che appare è quello di una nuova tipologia di social medium, mai vista prima. Un social diviso in classi, dove l’opinione del pagante ha più peso di quella del non pagante.

Twitter diventerà il social delle diseguaglianze. Come garantire l’anonimato del whistleblower o di chi protesta contro un governo oppressivo in questo sistema di controllo (la carta di credito per l’essere verificato) e al contempo dargli la possibilità di trovare occhi attenti? Che vuole dire garantire la libertà di espressione quando la voce del più debole viene coperta da quella di chi ha pagato?

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6 replies on “Il nuovo Twitter di Musk: il social delle diseguaglianze”
  1. says: Giovanni

    Al netto della ancora opinabile opportunità offerta dall’investimento in Twitter, io mi sono fatto un’idea leggendo da mesi sul tema e vedendo che succede parallelamente in giro nel settore. E’ una opinione molto personale e poco concreta, ma ho questa sensazione confermata, appunto, dal mio personale gioco di unione dei puntini.
    Secondo me Musk ha in testa di creare una moderna versione di una sorta di WeChat cinese. Una cosa che in occidente ancora non c’è così come la si intende in oriente. Un social più con le dinamiche dell’attuale Facebook che con quelle di un WeChat, ma in grado di catalizzare ogni attività: dai pagamenti all’e-commerce, alle conversazioni con amici e a quelle con gli sconosciuti, e la vuole chiamare X.
    Una cosa del genere richiederebbe un progetto a più lungo termine e ingenti capitali, per cui che si fa? Si licenzia l’eccedente. Si attinge a molti capitali (continua a vendere le sue quote in Tesla pur avendo dichiarato che non l’avrebbe più fatto). Si ripulisce l’azienda (in questo caso dai bot che sappiamo tutti proliferano su Twitter da anni in uno stato di semi-tolleranza da parte dell’azienda).
    Il punto è che l’andamento dei titoli azionari del NASDAQ e soprattutto quelli legati al metatarso, sta confermando da tempo che forse è presto per l’idea che aveva in testa Zuck. Forse c’è ancora un enorme mercato da attaccare usando la tecnologia esistente.
    Alcuni parlano di seconda bolla delle dot com, ma io propenderei più per una insieme di cause legate alla situazione globale e a investimenti sbagliati.
    Sono convinto che i licenziamenti a Twitter abbiano cause molto diverse da quelli a Facebook (sempre licenziamenti sono eh..).
    Dobbiamo ancora digitalizzare del tutto la società sia in ambito B2C che B2B. Parlare di metatarso (in cui non ho mai creduto) è molto, molto prematuro dal mio punto di vista. Secondo me, Musk sta semplicemente colmando un buco tra chi è fermo a un decennio e non sa evolvere e chi è talmente avanti da trovarsi da solo.
    Ma al di là delle congetture, è solo il tempo che ci svelerà quali sono i suoi piani.

    p.s.
    E’ sempre un piacere leggerti. 😉

    1. says: vincos

      Grazie Giovanni, si Musk ha detto che vorrebbe andare verso il modello WeChat (lo vuole fare anche Zuck con WhatsApp) che però richiede tempo come dici tu e non è completamente applicabile in Occidente. Mi preoccupa quello che diventerà Twitter nel frattempo come ho provato a spiegare. Vedremo…

  2. says: Laura

    Mi lascia molto perplessa l’affermazione “Ma non è solo una questione di soldi, i malfattori non hanno milioni di carte di credito e telefoni per fare questo“… il mondo visto da Elon Musk è molto diverso da quello della mia esperienza.

  3. says: Enrico

    Ciao. Ora che anche Instagram farà pagare chi vuole essere “verificato”, mi attendo lo stesso titolo (mi riferisco a “social delle diseguaglianze”) per un prossimo articolo sulla piattaforma di Meta.
    Non arriverà, immagino, perchè il bias regna sovrano nel nome della visione che viene imposta nel reame di Anglosfera.

    1. says: vincos

      Enrico, forse non sono stato chiaro. Il problema non è farsi pagare per la verifica, ma per aumentare la reach a scapito di chi non paga.

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