Diplomazia Digitale di Antonio Deruda

Diplomazia Digitale (Apogeo) è il titolo del libro col quale Antonio Deruda fa luce sul cambiamento in atto nelle secrete stanze della public diplomacy. Antonio, prima di diventare senior communication manager di Medialab, è stato per sei anni all’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia ad occuparsi di relazioni con i media e public affairs, quindi conosce bene le dinamiche interne e la situazione internazionale. Con questo testo Antonio, che è anche un’amico, mi sembra sia riuscito a raccontare con chiarezza la complessità della materia, partendo da numerosi casi concreti di successo e non.

diplomazia digitaleAntonio, come cambia la Public Diplomacy con i social media? Di quali nuovi fattori i diplomatici devono tener conto?

I social media hanno impresso un’accelerazione alla Public Diplomacy, ovvero allo spostamento del target di riferimento tradizionale della comunicazione diplomatica: dagli interlocutori istituzionali ai cittadini. Le nuove piattaforme digitali impongono ai diplomatici di trasformare la comunicazione unidirezionale in conversazioni con i cittadini degli altri Stati. Si tratta di una sfida molto complessa per una professione storicamente basata su discrezione e riservatezza. Ma é una sfida ineludibile. Per il lavoro che svolgono, i diplomatici non possono fare a meno di usare strumenti che gli consentono di decifrare il mondo interconnesso nel quale operano e per gestire le relazioni all’interno della sempre piú ampia e diversificata sfera di attori che compongono l’opinione pubblica internazionale.

Quali sono gli esempi più illuminanti di questo nuovo corso?

Grazie all’alleanza tra Washington, simbolo del potere politico globale, e San Francisco, la capitale di internet, oggi gli Stati Uniti detengono il primato nel campo della diplomazia digitale. Ma anche le altre nazioni si stanno organizzando per competere in questa sorta di risiko online. Il Regno Unito, ad esempio, ha pubblicato una mappa per poter seguire i suoi quasi cento diplomatici-blogger, la Polonia ha annunciato di aver attivato circa 140 account twitter di ambasciate e consolati nel mondo, il ministero degli esteri russo durante la crisi in Siria ha usato tutti i canali social per spiegare le sue posizioni politiche. La sfida per la conquista dell’opinione pubblica online é aperta, anche se per il momento gli oltre 500mila likes della pagina Facebook dell’ambasciata americana in Indonesia rimangono un traguardo irraggiungibile.

C’è il rischio che piattaforme che noi consideriamo neutrali, facciano consapevolmente il gioco dei propri governi? Mi riferisco ad esempio ai casi in cui, durante le elezioni del 2009 in Iran, Twitter pospose un’intervento di manutenzione su richiesta del Diipartimento di Stato e Facebook pubblicò un messaggio in homepage per spingere al voto la popolazione http://www.insidefacebook.com/2009/06/12/facebook-making-voting-viral-on-election-day-in-iran/?

Nel 2009, nel caso delle rivolte in Iran, Twitter fu molto attento a non dare l’impressione di essere un mezzo propagandistico nelle mani del Dipartimento di Stato. In generale queste società preferiscono presentarsi un po’ enfaticamente come portatrici di libertà. É un’immagine strumentale al loro obiettivo di business, che é quello di espandersi sempre di piú, soprattutto nei nuovi mercati, dove le persone non gradirebbero un social media pilotato dai governi. Twitter, Facebook e le altre piattaforme hanno tutto l’interesse strategico a difendere la loro neutralitá.

Il tuo libro si chiude con 5 proposte. Ce le illustri brevemente?

Ho dedicato l’ultimo capitolo a cinque proposte per la diplomazia digitale italiana. Eccole in sintesi:
– nomina di un sottosegretario con delega alla public diplomacy per dare coordinamento politico tra i vari soggetti che comunicano il nostro Paese all’estero;
– creazione di un Hub Digitale, un ufficio centrale che coordini le strategie online delle nostre missioni all’estero, produca contenuti specifici per i canali social e faccia formazione ai diplomatici;
– usare l’insegnamento della lingua italiana, molto studiata all’estero, per rafforzare i legami online con i cittadini stranieri;
– trasformare le pagine web per la richiesta di visti consolari in piattaforme social nelle quali interagire con i cittadini stranieri;
– rilanciare con una campagna sui social media la moratoria della pena di morte, un’iniziativa diplomatica di successo promossa anni fa proprio dall’Italia.

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