Influencer su Instagram e trasparenza: mia intervista su Altreconomia

Il numero di novembre di Altreconomia ospita un’inchiesta approfondita sugli influencer di Instagram, che contiene tante opinioni, compresa la mia (il link è qui a 2,69€).

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Del tema mi ero già occupato nel 2009 al tempo dei blogger, ma con la massificazione dei social network gli influencer sono aumentati e il rapporto con i brand è diventato un vero e proprio mercato, che pone almeno due ordini di questioni.

La prima, che riguarda le aziende, è quella della misurazione dell’influenza.
Generalmente le aziende per individuare le persone da coinvolgere seguono la strada più breve: fare qualche ricerca in rete e utilizzare il numero di follower quale proxy dell’influenza. Niente di più sbagliato. Ad esempio, in Blogmeter, aiutiamo le aziende nella “influencer discovery” valutando diversi parametri come l’engagement medio, la qualità dei post, la coerenza dell’influencer con la brand equity dell’azienda, la qualità della rete d’influenza.

La seconda questione, che riguarda il pubblico, è quella della trasparenza dell’attività.
Nella stragrande maggioranza dei casi l’influencer non indica quando un post è stato sollecitato da un’azienda in cambio di qualcosa (un compenso, un dono, una consulenza). Un atteggiamento che fa comodo ad entrambi gli attori, ma che non considera l’interesse del pubblico. Lo testimonia Ilaria Barbotti, presidente di Instagramers Italia, che nell’intervista svela anche le tariffe: un utente di Instagram con oltre 10.000 follower può chiedere 100 euro a foto, mentre sopra i 300.000 follower si arriva a 1.000 euro.
In US la Federal Trade Commission da anni vigila sul fenomeno e commina sanzioni qualora non vengano seguite le linee guida contenute in “Native Advertising: a guide for businesses“.

A mio avviso sarebbe ora che il Garante per la Concorrenza ed il Mercato si pronunciasse in merito, anche in assenza della percezione del problema da parte del pubblico o meglio proprio per questo.

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