Blogger, aziende, agenzie e le pratiche commerciali sleali. Italia e USA a confronto.

Su “Il Sole 24 Ore” Luca De Biase riassume efficacemente la storia dei rapporti complicati tra aziende e blogger/agenzie di promozione, venuto alla luce a seguito della scoperta del falso blog creato da Edelman per promuovere Wal-Mart.

Da qualche giorno negli Stati Uniti la Federal Trade Commission, che si occupa di salvaguardare le regole del commercio, ha pubblicato un corposo documento che ribadisce con maggiore forza l’obbligo di trasparenza nelle comunicazioni commerciali, comprese quelle fatte da testimonial, blogger o opinion leader attraverso i social media (compresi Twitter e Facebook).
Dal 1° dicembre chi promuove un prodotto/servizio in rete dovrà chiarire il rapporto che lo lega all’agenzia di PR/Marketing o al produttore (se il prodotto gli è stato donato, se gli sono state rimporsate le spese di viaggio, ecc…) pena una multa fino a 11 mila dollari.

Ciò che molti osservatori ignorano, e che dunque val la pena di ribadire, è che la legge italiana già da tempo si occupa di queste fattispecie in maniera più equilibrata a mio avviso: cioè regolando l’attività dei professionisti della comunicazione e non dei blogger.
La norma di riferimento è il D.lgs. 2 agosto 2007, n. 146 in attuazione della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali tra imprese e consumatori nel mercato interno.

Dlgs 2 Agosto 2007 n.146 - Pratiche Commerciali Sleali

In un paese dove prosperano agenzie, che fanno credere alle aziende di potersi “infiltrare” nelle conversazioni degli utenti (si, la chiamano proprio tecnica di “infiltration”), conviene sottolineare l’art. 23 che considera tra le pratiche commerciali ingannevoli “dichiarare o lasciare intendere, contrariamente al vero, che il professionista non agisce nel quadro della sua attivita’ commerciale, industriale, artigianale o professionale, o presentarsi, contrariamente al vero, come consumatore”.

Se vi occupate di comunicazione in azienda chiedete alla vostra agenzia di social media se conosce queste norme e se ha adottato un codice di autoregolamentazione (altrimenti fategli prendere spunto da quello di Digital PR).

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