La TikTokizzazione di Internet

La crescita di TikTok non accenna a diminuire e con essa l’influenza che sta avendo sui servizi che costituiscono l’Internet odierna e, soprattutto, sul nostro modo di stare in rete.
L’applicazione dei video brevi, lanciata nel 2018 dopo l’unione con Musical.ly, può vantare oltre 1 miliardo di utenti attivi mensili. Attualmente il terzo polo social del mondo dopo Facebook (2,9 miliardi di utenti attivi mensili) e YouTube/Instagram (entrambi 2 miliardi di visitatori nel primo caso e di utenti nel secondo). Se al miliardo di occidentali aggiungiamo gli oltre 600 milioni di utenti di Douyin, il suo omologo cinese, avremo un impero che sta puntando a diventare il più rilevante del mondo.
In termini di tempo speso l’app di ByteDance avrebbe già superato Facebook, almeno negli Stati Uniti, dove gli utenti la usano per 44 minuti (nel nostro paese siamo ancora lontani dall’insediare il primato delle app di Zuckerberg).

tiktok esempi

Tutte le app vogliono clonare TikTok

L’apprezzamento degli utenti ha indotto moltissime applicazioni, grandi e piccole, a copiare alcune caratteristiche peculiari di TikTok nella speranza di poter clonare anche il suo successo. Non solo il formato dei video brevi, accompagnati da una traccia audio (spesso musicale o vocale), ma anche l’esperienza utente: il feed a tutto schermo, lo scroll verticale continuo con pochissimi elementi di UI sovrapposti, la facilità d’uso in qualunque situazione (tutto quello che è consentito fare è a portata di pollice).
Ora Instagram e Facebook hanno i Reels (ma potrebbero anche adottare il formato immersivo verticale), YouTube ha gli Shorts, Snapchat ha Spotlight, Reddit ha un feed per i video che mima lo scorrimento verticale di TikTok. Twitter, Spotify e anche il New York Times stanno testando questa visualizzazione che crea dipendenza.
Non mancano, poi, le applicazioni più piccole nei settori più disparati che, copiando UI/UX e formati, provano ad ammaliare le nuove generazioni: Playhouse (immobiliare), Snack e Feels (dating), Supergreat (beauty), Flip (wellness), Bullz (finanza), ShopShops (live shopping).

Ma siccome il successo di TikTok si deve anche al suo “algoritmo comunista“, è partita la corsa a capire come funziona e a copiare anche quello. Zuckerberg ha detto chiaramente che il proprio sistema di raccomandazioni verrà modificato per dare meno spazio a contenuti di “family & friends”, come è stato finora, e “più possibilità ad altri contenuti interessanti di emergere” (più popolari? o anche quelli che hanno più probabilità di diventarlo come avviene per le app di ByteDance?).

Instagram sta testando l’interfaccia TikTok

L’impatto di TikTok sul Web

Assodata l’influenza di TikTok sulle applicazioni, sarebbe interessante capire qual è il suo impatto sul nostro modo di “consumare” i contenuti in rete. La mia impressione è che l’app cinese abbia contribuito ad accelerare tre fenomeni che probabilmente erano già in corso, perché rispondenti ad una nuova domanda di consumo:

  • la preferenza di contenuti brevi, da gustare nei ritagli di tempo, per non perdere almeno qualche frammento dei trend del momento. Non importa se questa tipologia di contenuti presti il fianco a slogan e sintesi eccessive ai limiti della superficialità, anticamera della polarizzazione delle posizioni;
  • la centralità dei video, meglio se accompagnati da brani musicali o da voci/suoni, che rendono la visione più coinvolgente. La vittoria di questo formato sulla parola è conseguenza della disponibilità di banda per riprodurli agevolmente e di smartphone sempre più potenti per far girare software che permettono di montarli e di arricchirli con effetti speciali;
  • la voglia di intrattenimento più che di connessioni e conversazioni pubbliche. Da quando le conversazioni si sono spostate all’interno di spazi privati (instant messenger e gruppi) stiamo assistendo ad una metamorfosi di molti social media in Social Entertainment Media, proprio come TikTok. Il motivo è assecondare e, contestualmente, rafforzare una tendenza a distrarsi, più che ad entrare in contatto con l’altro. D’altronde l’adozione del formato e/o della UX/UI di TikTok sono segnali chiari di questa mutazione.

In questi giorni mi sto chiedendo se questa tiktokizzazione dei social media possa estendersi anche al web e dunque produrre effetti indesiderati.
Questa deriva verso i video brevi e l’intrattenimento di per sé non è un problema anche se, diciamocelo, la maggior parte di quelli più popolari su TikTok attinge alle formule più triviali e becere di comicità, che l’algoritmo “spinge” acriticamente perché apprezzate da molti utenti. Per verificarlo ho effettuato un’iscrizione ex novo e i consigli dell’app, in assenza di miei segnali d’interesse, sono stati il peggio dei contenuti prodotti dai suoi utenti.

tiktok suggerimenti
Ricerche suggerite appena iscritti

Dunque, mentre chi cerca fonti di intrattenimento avrà sempre più stimoli, il dilagare del modello TikTok potrebbe portare:

  • ad una deriva dell’informazione verso l’infotainment “acchiappacuori”: pochi riescono a fare un’informazione di qualità nel rispetto dei nuovi “snackable format”. Il risultato è che la maggior parte cederà a produrre messaggi superficiali;
  • alla riduzione degli spazi dell’approfondimento o quanto meno alla difficoltà di intercettarli: i video “TikTok Style” sono pillole autoconclusive che non ospitano link verso pagine di approfondimento (spesso non consentiti proprio dalla piattaforma).

Cosa succederà se tutti i social media, che sono gli snodi del web più utilizzati per scoprire cose nuove, diventeranno solo luoghi per ammazzare il tempo? Diventerà sempre più difficile intercettare gli spazi di approfondimento sparsi in giro per il web. I più volenterosi ci riusciranno aggrappandosi ai siti noti, ai consigli di persone fidate, ai link messi da parte nel tempo o a quelli emersi dai motori di ricerca (anch’essi affaticati dalla mole d’informazione inutile prodotta costantemente). Ma tutti gli altri?
Mi piacerebbe leggere la vostra opinione, quindi aspetto commenti. Intanto, ho accennato questi pensieri a Martina Pennisi che ne ha scritto su Sette del Corriere della Sera.

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